Si è scritto tanto sul Covid ma tra le numerose speculazioni e opinioni un aspetto accomuna tutti: il Covid ha cambiato il mondo.

Positivamente o negativamente ha influito e condizionato il nostro modo di vivere la quotidianità e di interpretare la ‘cultura ufficio’.

Abituiamoci all’idea che il cambiamento sarà una costante, almeno per i prossimi due anni (stando alle parole degli esperti) fino a quando un vaccino (o altro) consentirà di tornare a una routine più libera.

Quindi in attesa dei prossimi anni forse dovremmo seriamente ripensare alla nostra cultura del lavoro e ricercare un equilibrio tra lavoro e vita privata, facendo un ulteriore passo avanti spostandoci dal ‘lavoro da casa’ a ‘posso lavorare da qualsiasi luogo’.

Stiamo parlando del vero lavoro flessibile, che oggi sembra più concreto con l’avanzamento della Gig Economy e delle nuove generazioni di lavoratori.

Cosa pensano però le persone quando leggono la parola flessibile? Flessibile in cosa?

La flessibilità di cui si parla riguarda orari, giorni, e più in generale gli schemi e la struttura del lavoro come li conosciamo.

Il periodo del lockdown è stato un perfetto esempio per i genitori che non dovendo destreggiarsi tra la scuola, la casa e il lavoro, si sono trovati con la scuola in casa. La giornata lavorativa, per alcuni, soprattutto per le donne, è diventata un’attività ad incastro nelle varie dinamiche giornaliere, tentando di mantenere il passo non tra poche difficoltà. Qualcuno ha trasformato la sua attività in un’attività serale alla fine di una lunga giornata con troppi elementi da collocare nella giusta posizione.

Gli ultimi mesi sono stati un’opportunità per tutti per riflettere sulle nostre priorità, sui valori e sul nostro stile di vita.

Il concetto di presenza in ufficio come garanzia di impegno e di risultati è stato minato e ci sta conducendo verso il concetto di lavoro flessibile, sebbene il preconcetto sia difficile da scardinare.

Il presenzialismo in ufficio ha segnato decenni di cultura aziendale. Ci ha insegnato (inconsciamente in alcuni casi) che non essere in ufficio non funziona, non essere in ufficio equivale a non lavorare. Se poi la comunicazione tra vertici e team non è chiara e gli obiettivi non sono definiti il gioco è fatto.

Un passaggio di questo tipo è possibile, con l’impegno delle parti coinvolte. Da una parte i datori di lavoro dovrebbero sviluppare una cultura basata sulla fiducia e sulla delega mentre i lavoratori dovrebbero rendersi maggiormente autonomi e proattivi.

La relazione e il dialogo dovrebbero incentrarsi sul raggiungimento delle prestazioni a prescindere dal quando e dove. In questo caso il focus si sposterebbe sugli obiettivi e sui risultati, non su quante ore sono state spese davanti una scrivania.

Gli obiettivi, diventerebbero quindi la misura delle prestazioni e dell’efficienza.

La tecnologia ci aiuta a stare in contatto con familiari e amici, a lavorare da casa senza problemi e il Covid ha fornito una nuova opportunità per osservare le cose da un altro punto di vista.

Tutti i lavoratori che hanno dimostrato di poter raggiungere obiettivi anche se con i propri orari a prescindere dal dove hanno fornito una nuova apertura per tutte quelle aziende che vorranno attrarre talenti anche da altri paesi, lontano dal nostro.

Un mosaico aziendale dove ogni tassello, diverso per orari, cultura e dove sarebbe sicuramente più ricco e competitivo.

Ci aspetta un lungo viaggio per raggiungere una nuova normalità e per ripensare la ‘cultura da ufficio’ ma forse è davvero arrivato il momento di iniziare a tracciare una nuova rotta.

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